la formazione dei professionisti del web

(martedì 17 marzo 2009 di ilaria mauric)

guest post di ilaria mauricart director del gruppo manservigi

pubblichiamo con piacere un articolo nato da una riflessione di ilaria (ideatrice dell’immagine di questo blog site e di tanti altri presenti nel nostro portfolio), che tocca un argomento a noi caro e sul quale ci confrontiamo ogni giorno. benvenute le discussioni che ne nasceranno e ricordiamo ad ilaria che quando vuoi passare da queste parti per spunti come questo, sei sempre la benvenuta.

Il 20 gennaio 2009, a list apart pubblica un post dal titolo “elevare il web design a livello universitario” di leslie jensen-inman. l’autrice mette in luce la scollatura che esiste tra l’educazione al web design nelle varie scuole e università e la professione di web designer. fin dall’inizio, l’articolo di inquadra il cuore dell’argomento e pone subito le domande più importanti:

“la tecnologia si muove velocemente, l’accademia no. Perciò gli educatori come dovrebbero insegnare webdesign e altri temi legati allo sviluppo in questo settore, quando questi cambiano costantemente? come dovrebbero preparare gli studenti alle aspettative del mondo reale? Come possono rimanere aggiornati? I professionisti del web come possono aiutare i docenti a formare laureati davvero preparati e che sappiano quello che stanno facendo?”

la jensen-inman propone di rimboccarsi le maniche, sforzarsi di mettere in contatto questi due mondi in modo che dialoghino il più possibile durante i seminari o le conferenze. inoltre segnala l’esistenza di alcuni consorzi e comitati che rilasciano veri e propri attestati che certificano la preparazione al lavoro, naturalmente previa dimostrazione delle proprie capacità. inutile dire che l’articolo ha aperto un lungo dibattito, con pareri molto discordanti: chi è d’accordo, chi è in totale disaccordo, chi non vede l’ora di darsi da fare e così via. molti commenti mettono in luce un aspetto: secondo alcuni quella del webdesigner è una figura molto tecnica che ha a che fare con l’usabilità, l’accessibilità, il codice e quant’altro, quindi è sufficiente seguire i corsi brevi o qualche scuola tecnica. In realtà, nell’articolo della jensen-inman (pur non essendo dichiarato esplicitamente) mi sembra sottinteso che per webdesign si intende un insieme bilanciato di conoscenze culturali, metodologiche, pratiche e tecniche il cui insegnamento comporta prima di tutto l’apprendimento di una forma mentis, potrei dire di una vera e propria cultura al design applicato al web.

il panorama italiano

mi sono chiesta in che modo le domande poste dalla jensen-inman vadano a inquadrare il panorama italiano e valgano per tutti settori attinenti al web. anche da noi esiste una notevole differenza tra lo studio e la professione: questo è vero più o meno in ogni settore ma, in quelli in cui è richiesto un aggiornamento quasi quotidiano, questa scollatura diventa una vera e proprio voragine. dato che non ho idea di quali siano le procedure universitarie per decidere un piano di studi né quali siano i problemi interni al mondo dell’università, ho provato a farmi un’idea facendo qualche domanda a dario de notaris (dottorando di ricerca in sociologia e ricerca sociale presso l’università degli studi di napoli federico II.) e a bruna anderlini (responsabile della programmazione didattica e finanziaria della scuola per le professioni legali dell’università di macerata e camerino).

visto che vivi l’università anche dall’interno, se qualcuno “da grande” volesse diventare webdesigner che percorso di studi potrebbe fare, nelle università italiane?
dario: c’è da considerare che figure come queste (webdesigner, webmaster, SEO, etc) sono ancora recenti per vedere una loro presenza forte all’interno di un corso di laurea. più facile fare ricorso a corsi di formazione, master, paralleli al percorso universitario. qualcosa senz’altro si sta muovendo vista la presenza, in alcuni corsi di laurea, di moduli/esami sul webdesign (nella facoltà di sociologia che ho frequentato è presente proprio un esame di laboratorio di webdesign). certo, sono primi tentativi di affrontare il tema, la professione. tradizionalmente ci si “autoproclama”, per così dire, webdesigner dopo aver fatto un istituto d’arte, o un’università qualsiasi; magari esperto di webmarketing dopo aver conseguito una laurea in economia. vi è sempre un percorso didattico tradizionale che poi sfocia, per la scelta del neolaureato, nell’acquisizione di un ruolo. vi è anche da notare che non tutti i webdesigner sono laureati e ciò non sempre implica una maggior o minor bravura.

come escono i programmi di studi dal sistema universitario?
dario: prima della stesura del programma di studio, una commissione di docenti valuta le statistiche di mercato e del territorio (es. occupazione, richiesta delle aziende) per individuare i punti di forza sui quali insistere e quelli deboli da risolvere. chiaramente v’è alla base il percorso didattico che porta al conseguimento di una o l’altra laurea (nel mio caso, laurea in sociologia, al di là delle condizioni del lavoro non si può non far studiare “sociologia”, “statistica”, “economia”, “scienza politica” etc). nella – ormai vecchia – riforma 3+2 c’era l’intenzione di affrontare un biennio di specializzazione dopo tre anni di formazione sulla disciplina. non credo che queste intenzioni abbiano portato grossi frutti se non una maggiore settorializzazione e specializzazione delle lauree che rende ancora più difficile trovare un lavoro al di fuori del proprio ambito.
bruna: la programmazione didattica è frutto dell’offerta formativa le cui linee direttive sono proposte ogni anno dal MIUR (ministero istruzione università e ricerca); sulla base di queste le università elaborano i piani di studio delle singole facoltà che vengono poi sottoposti all’approvazione del ministero e che devono essere redatti secondo certi parametri e certi canoni fissati dal ministero.

come fanno gli studenti a sapere che il piano di studi che hanno scelto corrisponde a quello che dovrebbero conoscere per lavorare?
dario: beh, potrei risponderti che si devono fidare. nei fatti ci si affida ad un’Istituzione (l’università che vede i propri piani di studio approvati dal MIUR, il ministero) che vigila su cosa e quanto bisognerà studiare. l’invito, per gli studenti, è sempre quello di studiare ciò che piace e non adeguarsi alle richieste del mercato che, nel corso degli anni necessari a laurearsi, possono mutare. alla fine è più semplice studiare una materia che appassiona piuttosto che leggere libri controvoglia solo perché il titolo di laurea può assicurarci un lavoro. bisogna infine considerare che, purtroppo, non sempre si trova lavoro nel settore nel quale ci si è laureati.

come vengono scelti i docenti? esiste un modo per dimostrarne la preparazione e il livello di aggiornamento?
dario: si può divenire docenti dopo aver conseguito un dottorato di ricerca, fatto un concorso a ricercatore (e da qui poi per professore), sulla base delle necessità dell’università in un particolare settore disciplinare. a volte vengono affidati insegnamenti a “esperti del settore”, non necessariamente laureati. nel nostro caso, ad esempio, si potrebbe decidere di affidare un insegnamento di “webdesign” ad un esperto di questa materia, non laureato ma il cui valore è riconosciuto a livello nazionale/internazionale. nel caso dei concorsi, è evidente che v’è di volta in volta una commissione (nazionale), di professori, che valuta i compiti, le interrogazioni e le pubblicazioni del candidato a ricercatore, professore associato e ordinario e così via. quindi, tendenzialmente, si è valutati sulla base di quello che si fa (come scrivevo nell’altra risposta, la nuova legge – in teoria – dovrebbe premiare proprio coloro che fanno ricerca). periodicamente i docenti (e facoltà) sono sottoposti a valutazione da parte degli studenti che, attraverso dei questionari ministeriali, esprimono il loro giudizio. non so rispondere sul grado di considerazione che un docente possa poi dare a tali valutazioni. non ho alla mente casi di docenti licenziati perché valutati negativamente. e, peraltro, sarebbe anche pericolosa una tale situazione.
bruna: la recente riforma della gelmini prevede, tra l’altro, di costituire l’anagrafe nazionale dei professori e ricercatori universitari, un registro in cui verranno appuntate tutte le pubblicazioni scientifiche prodotte dagli iscritti e che dal 2011 servirà da parametro per giudicarne l’operato. se infatti nel biennio precedente al giudizio non si fossero registrate pubblicazioni a qualsiasi titolo, il professore in questione non potrà far parte delle commissioni giudicatrici dei concorsi, oltre a ritrovarsi gli scatti stipendiali dimezzati.

come vengono decisi i seminari?
dario:
vengono scelti in base alle necessità o interesse di discutere di un particolare tema o per approfondirne altri che non trovano spazio nei corsi tradizionali.

quindi vengono stabiliti di comune accordo tra professori e studenti?
dario: si e no. possono proporli i docenti (in accordo tra docenti) oppure gli studenti che chiedono approvazione al consiglio di facoltà (composto da docenti e rappresentanti degli studenti). in teoria possono anche essere seminari proposti da enti privati (dentro o fuori l’università) o pubblici aperti anche alla cittadinanza.

che tipo di dialogo esiste tra l’università e il mondo del lavoro in generale e, più specificatamente, in questo settore?
dario: temo (ma mi auguro di essere smentito) che la figura del webdesigner sia ancora concepita come una figura tecnica. si pensa che sia necessaria una laurea in ingegneria, in scienze matematiche, piuttosto che umanistiche. nella verità, come ho scritto prima, ci sono bravi webdesigner e cattivi webdesigner; indipendetemente dal loro titolo di studio. Le aziende non sempre sanno cosa cercano, se non quelle già specializzate in questi settori. in generale università e mondo del lavoro dialogano attraverso l’uso di stage e tirocini che, a volte, si risolvono nel consueto operato di “fare le fotocopie, telefonate” o – peggio – “vedi di aggiustare un po’ il sito della nostra azienda”. io auspico corsi di laurea che formino veramente in questi settori a costi non proibitivi. ma soprattutto invito le aziende a farsi avanti in tutti i contesti universitari, di ogni disciplina, per investire su questo tipo di formazione.
bruna: il veicolo tra l’università e il mondo del lavoro è lo stage o “tirocinio formativo e di orientamento”, ovvero un periodo di formazione che lo studente o il laureato svolge presso un’azienda, un ente pubblico o privato. lo stage ha lo scopo di realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro e agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro (art. 1 D.M. 142/98). per lo studente, lo stage rappresenta un’opportunità importante di conoscenza diretta del mondo del lavoro. per l’azienda, si tratta di una occasione importante di scambio con giovani portatori di conoscenze scientifiche aggiornate; inoltre esso offre l’opportunità di formare nuovi talenti da inserire eventualmente nei propri processi produttivi. lo stage non costituisce in alcun modo rapporto di lavoro.

tre considerazioni

a livello istituzionale, mi sembra esserci una reale intenzione a migliorare gli aspetti legati all’aggiornamento del sistema di studi. ma le nuove procedure in vigore non risolvono a fondo il problema: internet e le nuove tecnologie sono agili, in costante mutamento e aperti. la burocrazia e alcune resistenze interne rendono l’università l’esatto opposto: lenta, fossilizzata e chiusa. noto poi una differenza, direi consueta e fisiologica, tra le scuole pubbliche e quelle private: quasi sempre quelle private sono molto costose ma più legate al mondo del lavoro, offrono piani di studi più attuali e professori realmente preparati perché impegnati nel mondo del lavoro.

per quanto riguarda più direttamente gli studi, se è vero che ci sono professori e studenti che non hanno una particolare voglia di insegnare e imparare, è vero anche che ce ne sono molti che hanno un reale interesse a capire come cambiano gli scenari per dare allo studente un solido background culturale. ma gli spazi entro cui approfondire vengono ricercati in totale autonomia, per pura passione. per questo I risultati sono due: entusiasmo quando le risposte e l’interesse sono reciproci; frustrazione perché non si riesce ad aprire una breccia in facoltà e perché si percepisce che gli studi non sono al passo con i tempi.

sottolineo un punto che la jensen-Inman e dario mettono in luce: i mestieri legati al mondo del web sono relativamente giovani. chi è oggi professionista in questo settore, spesso ha imparato il lavoro sul campo, perché 10-15 anni fa non esistevano le prospettive e le opportunità che ci sono oggi. le figure professionali che operano su internet sono spesso non-laureate ma non per questo sono meno competenti, anzi… in che modo l’università può confrontarsi con un mondo fatto in gran parte di figure di questo tipo? ho l’impressione che, in generale il mondo universitario non sia alla ricerca di aggiornamenti e confronti a meno che questi non avvengano con persone laureate. dall’altra parte, il mondo del lavoro non si dimostra particolarmente collaborativo con le scuole e gli studenti. non è un segreto che gli studenti in stage vengano molto spesso spremuti in lavori-cuscinetto fino alla fine del periodo concesso, senza investire tempo in una reale formazione professionale dello stagista e senza cogliere le opportunità che lo studente può offrire. il ragionamento che viene fatto è più o meno questo: “perché devo sprecare il mio tempo a insegnargli il lavoro, se poi andrà via? e se poi farà la spia?”

in conclusione

non ho la pretesa di avere un’opinione definitiva su questo argomento né di avere una soluzione al problema. vorrei piuttosto capire come la vivano i docenti, gli studenti e i professionisti del settore, sperando che ne esca qualche spunto per aprire la discussione.

la mia impressione è che, rispetto alle università americane (l’autrice dell’articolo su a list apart parla della situazione in america), nonostante i recenti cambiamenti di formule, il sistema di studi in Italia sia ancora chiuso e distante dal mondo del lavoro. i laureati italiani escono dall’università e non hanno ben chiaro come sarà il lavoro che faranno, nella fortunata ipotesi che riescano a trovare il posto per cui hanno studiato. ciò mi sembra tanto più vero quanto più si parla di professioni legate a un panorama in costante sviluppo e trasformazione, come sono appunto quelle legate al mondo del web.

forse è davvero come dice la jensen-inman: per ora un primo passo può essere quello di far dialogare due mondi per ora distanti, organizzando tavole rotonde, conferenze e dibattiti, dentro le Università, gli spazi pubblici o nelle aziende, ai quali dovrebbero partecipare studenti, professori e operatori del settore. Per ora tutto questo non può che basarsi sullo spirito di volontariato e sulla passione di ognuno. in quest’ottica, considero il marcamp, il festival dei blog, le girls geek dinner dei primi momenti di incontro di questo tipo. se avete altre idee…

ilaria

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1 commento a “la formazione dei professionisti del web”

  1. Alessandro scrive:

    Concordo con le tue conclusioni e confermo di essere in linea con il pensiaro di jensen-inman… personalmente troverei molto utile nella mia formazione nozioni di psicologia cognitiva e comunicazione dalle quali chissà quanti aspetti verrebbero fuori.
    Abbiamo una marea di materiali, studi, ricerche… credo ci sia una quantità enorme di materiale “didattico” non organizzato altrettanto bene da costituirne una disciplina. Purtroppo ancora non ci resta che cercare il giusto percorso nel calderone del web per mantenere aggiornata la nostra professione.
    La speranza è che più avanti si delineino sempre di più certe figure professionali. Intanto da dieci anni a questa parte abbiamo fatto sparire la così in voga professione del WEBMASTER che significava tutto e niente… poco non è :-)

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